PMA e rischio di disturbi del neurosviluppo: esiste un’associazione significativa?

L’infertilità è una condizione che colpisce l’8%-12% delle coppie in età fertile del mondo, ma il desiderio di genitorialità è spesso così forte da spingere queste coppie a ricorrere alle tecniche di riproduzione assistita. Ad oggi, si stima che una percentuale compresa tra 1% e 4% dei bambini nati nei paesi sviluppati sia stata concepita attraverso le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) e che questi numeri tenderanno ad aumentare nel tempo.

La sicurezza di queste tecniche è sempre stata uno dei principali dubbi legati alla loro applicazione, tanto che sono state ipotizzate da numerosi autori associazioni con un maggior rischio di malformazioni fetali, malattie da imprinting, autismo e ritardo mentale o malattie ad esordio nell’età adulta.

Ma qual è la verità? I bambini concepiti con la PMA hanno davvero un rischio maggiore di sviluppare disturbi del neurosviluppo o di avere malformazioni congenite o qualche altra malattia rispetto a quelli concepiti naturalmente?

Purtroppo, non esiste una risposta univoca a questa domanda.
Ad oggi esistono poche meta-analisi e studi di revisione della letteratura, che trattano questo argomento. E questi studi sono tutt’altro che concordi e dipendono strettamente dal metodo di indagine utilizzato, dai bias statistici, dalla coorte iniziale, dalle dimensioni dello studio, dalle malattie considerate e da una seria molto lunga di altri fattori.
Quello su cui numerosi studi sembrano concordare è che con la PMA ci sia un rischio aumentato di malattie da imprinting, probabilmente dovute all’impatto di queste tecniche sulla delicata fase di riprogrammazione epigenetica che avviene nelle prime fasi di sviluppo dell’embrione.

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